Sandro Luporini

PITTORE E SCRITTORE
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Interventi di:

Roberto Barbolini
Mauro Corradini
Everardo Dalla Noce
Raffaele De Grada
Mario De Micheli
Enzo Fabiani
Dino Formaggio
Michele Fuoco
Paolo Levi

Fausto Lorenzi
Giorgio Mascherpa
Giuliano Menato
Nicola Micieli
Tommaso Paloscia
Elena Pontiggia
Elvira Cassa Salvi
Pier Carlo Santini
Antonella Serafini
Giorgio Seveso
Vittorio Sgarbi
Giorgio Soavi
Franco Solmi
Claudio Spadoni

Roberto Tassi
Ferruccio Veronesi

TESTIMONIANZE

Hanno scritto di Sandro Luporini i più importanti critici italiani:

Sandro Luporini tra Gaber e la pittura

IL SIGNORI ALTER EGO «FUORI STAGIONE» DEL SIGNOR G

 

E 'stato il Signor L, l'alter ego del Signor G. Ma è anche un pittore importante sul tragitto Viareggio-Milano, andata e ritorno. Sandro Luporini (Viareggio 1930) è conosciuto come paroliere e sodale dell'esperienza teatrale di Giorgio Gaber. Ha accompagnato tutta l'avventura del Teatro-canzone, dall'ironia bonaria all'aspro sarcasmo e smarrimento, fino alla lucida anatomia d'una sconfitta («La mia generazione ha perso»). E il Grigio incarnato da Gaber è stato anche l' abitante della sua pittura, nel trasloco dalla vita quotidiana alla solitudine irretita da un'assurda impotenza, da un'ambigua condanna esistenziale, senza che mai una sentenza sia stata pronunciata,

La sua pittura, dal realismo esistenziale alla metafìsica del quotidiano, è la vicenda d'un pittore che muove da una Versilia rarefatta e si scontra a Roma e Milano con la crudezza della vita urbana, con gli aspetti - come dissero nel 1956 nel manifesto dei realisti esistenziali Giuseppe Guerreschi, Mino Ceretti e Bepi Romagnoni presentando i propri lavori al Cavallino di Venezia - umiliati o drammatici dell'esistenza che ci commuovono o ci urtano», aderendo a quella nuova consapevolezza aspra, amara e inquieta, anche lacerata, che reinventava il realismo sociale con un approccio irritato e umano, irridente e tragico, sarcastico e pietoso.

Dipingeva su cementite, a dare il senso di rovistare e graffiare sul muro grezzo della vita. Anch'egli - come altri realisti esistenziali come Banchieri o Ferroni di cui a Villa Glisenti sono visibili alcuni lavori - reagiva col disagio, ma anche col mordente morale. Ma soprattutto, esprimeva il bisogno di una pittura che avesse implicazione diretta nel vivere. Anche nella brutalità del reale. Tentò ancora il racconto civile, testimone dei drammi e delle contraddizioni politiche e sociali del tempo, specie della condizione urbana alienata, reinventando con una nuova consapevolezza aspra, amara e inquieta, anche lacerata, il realismo sociale ed il neorealismo.

Opere-scacco d'una condizione umana già vissuta ai margini dell'esistenza, su quel confine d'una periferia né città né campagna, luogo senza identità, e poi dalla tana-studio, dalla cornice della finestra come figura dell'impossibilità di mettere le mani addosso al visibile, se non in una manciata di polvere, nelle cose dimesse delegate a rapprendere su di sé, nella rivelazione della luce, la trama muta e impenetrabile dell'esistenza. Il tema intemo-esterno che scandiva l'ossessione di annettere il tempo dell'io, dell'emozione e del vissuto interiore, nello spazio della visione del reale. Evocava molto teatro da camera e dell'assurdo del '900, tra intimità domestica e sospensione metafisica. E guardava alla letteratura e al cinema, tra nouveau roman di Butor, Duras e Robbe-Grillet ed école du regard cinematografica di Resnais, di Bergman, di Antonioni, Cioè agli autori della crisi, del procedere frammentario, del tempo interiore.

Poi, negli Anni '70, il ritorno in Versilia (dove si sarebbe incrociato con gli artisti della Metacosa, fra i quali il bresciano Giorgio Tonelli - di cui ci sono alcuni lavori in mostra - in una sottile, poetica alterità del quotidiano, e in certo spirito di consorteria di bastian contrari ), prima in un surrealismo grottesco e accorato, tra luna-park, pesci e gabbiani, poi in spiagge che raccontano il vuoto, l'inanità, gli intervalli della vita, in concentrata, introversa tensione. Le spiagge semideserte, le quinte d'ombrelloni chiusi, gli scorci dalla finestra, che accolgono la risacca della storia e della vita e l'illusione beffarda di chiaroveggenza evocano De Chirico e l'assurdo alla Magritte, la mistura di tensione metafisica e di cose visibili, di figure spaesate - nude o incappottate - custodi in riti banali eppur misteriosi di un ordine ironico e sibillino del vuoto, dell'attesa

La vita, per dirla alla Montale, vissuta al cinque per cento, in quella stagnazione delle marine in una luminosità sabbiosa, o nell'evocazione d'una vecchia foto ormai trascolorante come un fremito tenue, degradato, di un'antica numinosità panica, gli omini minuscoli come larve nell'accendersi e svanire dei colori, o i nudi allo specchio già fantasmi della visione. Una Versilia fuori stagione, ha detto Luporini, così come la vita pare sempre fuori stagione. Lavora su uno spazio ambiguo e slittante, di false apparenze e falsi percorsi, di aspettativa degli eventi, di sospetto di una contiguità con un altrove pronto a risucchiare ed a stravolgere la normalità quotidiana.

La sua grande seduzione è proprio nello scarto di luoghi e persone - colti in spiaggia o in interni/esterni domestici -, dalle ragioni e definizioni rassicuranti della consuetudine. Esterni, soprattutto spiagge, in una luce soffocata, di gamma bassa nel grigio-cenerino che invischia e ottunde, e interni in patine altrettanto grigiastro-cilestrine, talora violacee. Come stanze postfreudiane dense di mai compiuti riti di passaggio: concentrano non i racconti, ma le partiture e le attese dell'esistenza. La luce è filmica, talora cagliata in una resistenza ostinata, finché i luoghi consueti, le presenze e gli oggetti delle frequentazioni quotidiane, si dissolvono in un presagio di addio, e nel senso costante della non appartenenza, nell'insinuarsi dello sguardo del «far finta di essere L», perenne intruso.

Fausto Lorenzi

 

[...] un solo, vasto bastimento: sfila asintotico sulla linea dell'orizzonte, mentre figurine incappottate sostano ermetiche sulla spiaggia.
E' come se il transatlantico Rex dell 'Amarcord felliniano transitasse in una marina di Turner.
Perché la chiave della pittura di Luporini, nel fissare questo mondo balneare fuori stagione, non è mai la nostalgia. L'artista è sì un testimone, ma dell'immaginario.
Sia che spii la vita da una finestra, come il cugino d'un racconto di Hoffmann, sia che accompagni muto i suoi passeggiatori solitari, Luporini possiede l'atteggiamento a ciglio asciutto dell'entomologo. Lo chiariscono in modo inequivocabile i dipinti più recenti, con quegli ingrandimenti lenticolari di certi particolari, il gusto del dettaglio rivelatore.
C'è uno sguardo che le cose ci rimandano. Dalla sua "finestra sull'arenile" Luporini ne coglie intatto il mistero, saggiandolo con la pietra di paragone di uno stile essenziale, che bracca l'arcano del vivere anche nelle sue epifanie più umili e sommesse.

Roberto Barbolini

[...] Il raccontare di Luporini è un evocare, la sua pittura di situazioni, occasioni, e di memoria, porta in primo piano le tensioni di una stagione in cui autobiografia e mondo esterno sembrano congiungersi; i dati personali, individuali, e quelli collettivi, corali, di una società che viene crescendo attraverso l'industrializzazione di gran parte del paese ed emancipandosi (più lentamente) dall'ideologia sembrano trovare, e nei casi più felici trovano, un fermo punto di contatto e di coagulo. Le periferie urbane di quella lontana stagione sono a un tempo metafora sociale ed esperienza individuale, racconto emotivo di una realtà osservata e frammento poetico di vita vissuta.
In questa dimensione, tutta l'esperienza neofigurativa andrebbe riletta alla luce di un percorso che dalla presa di contatto con la realtà scivola lentamente verso un recupero della memoria, una sorta di evoluzione dalla sfera del quotidiano, della cronaca, alla sfera della storia, cui la distanza conferisce una luce mitica.

Mauro Corradini

Scrivendo oggi di Luporini, a tanta distanza dagli anni del "realismo esistenziale", dobbiamo innanzitutto riconoscere che il pittore viareggino, come Ferroni, ha superato quella poetica prendendo la strada in salita della pittura come tale, non elusa da sommari pittoricismi come sono
quelli che hanno moltiplicato le prime intuizioni "informali" ne tanto meno tradita da scappatoie "concettuali" che hanno tentato di distruggere la sovrana pittura. Col metodo degli antichi e moderni "metafisici" Luporini dipinge oggetti meccanici e spazi fermi e assoluti, finestre aperte su mari glaciali punteggiati da vele solitarie di nordica malinconia.
Quando su queste spiagge compare la figura umana, essa, perduta la dimensione del quotidiano, si isola come un'icona immersa in una luce lattea che certo non corrisponde a quella della sua Versilia. Quando il mare si increspa come nelle vecchie fotografie, il pittore suggerisce il distacco di una scena opacata dal tempo perduto, quando la spiaggia dovrebbe animarsi per i piccoli uomini che la percorrono, un cane, un cane solo rientra nella dimensione dell'umano quasi che il pittore voglia identificarvisi. L'uomo e il cane sulla spiaggia sordamente abbagliata da orizzonti lunari.

Raffaele De Grada

Il modo di rappresentazione di Luporini tende a un'immagine bloccata, dove c'è una specie di trascendenza verso una situazione strana, dove il tempo si ferma.
Gli oggetti quotidiani e il paesaggio assumono in tal modo significati nuovi e profondi. Ne deriva un senso di solitudine non priva di speranza e in particolare una tendenza spirituale e metafisica,
Di fronte al conflitto d'arte e di segni, quelli di Luporini vivono.
Vivono in grado di evocare e di emozionare la grigia solitudine dell'uomo contemporaneo.

Dino Formaggio

Una pittura che non a caso è da tempo consacrata alle spiagge e, implicitamente, alla Viareggio del buen retiro dove Luporini è tornato a vivere da ormai trent'anni, estraneo a ogni mondanità, concentrato a dipingere la lunga sequenza delle sue rallentate, assorte tranches de vie e a scrivere, per il teatro cantato di Giorgio Gaber, testi in cui riemergono i suoi umori di uomo e di intellettuale immerso nella contemporaneità: speranze, disillusione, allarmi, rabbie, pulsioni, giudizi provocatoriamente lanciati ad aggredire e mettere in crisi le sicumere e le mistificazioni, il fragore e la vacuità di quanti nella politica, nella cultura, nella vita civile dicono illuminata la loro
navigazione a vista in una società che non può più contare su mappe ideali e coordinate celesti. Della deriva umana Luporini dipinge le scie, sotto specie di prosciugate spoglie delle cose e delle persone che stanno silenziose sulle spiagge, come sulla pista di un circo dopo lo spettacolo.

Nicola Micieli

 

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Nell'ampio movimento del realismo esistenziale, la pittura di Sandro Luporini si distingue, anche, per un'essenzialità della composizione, per una sintassi semplice e rigorosa che si individua fin dalle sue prime opere e condurrà poi ai vasti spazi luminosi dei lavori più recenti. [...] La visione di Luporini non dimentica mai le ragioni strutturali dell'immagine. Per una vocazione al rigore e dell'essenzialità che non è solo estetica.

Elena Pontiggia

Qui, con ogni evidenza, la pittura non intende scostare o eludere il significato autenticamente umano di ciò che ci circonda, e i giudizi da trame. Nei paesaggi sempre sorprendenti, negli interni ingannevoli, nelle figure emblematiche, le sue tematiche percorrono le derive di uno spiazzamento dell'immaginario in cui qualcosa sempre interviene [...] a riportare l'operazione al centro del mondo reale. Qualcosa - un "peso",una concretezza di fondo dell'immagine - che ci viene a dire [...] che ci troviamo dinanzi al lavoro di scavo di un vero poeta: lavoro che per la sua stessa sostanza lirica ci appare tanto più universalmente prezioso e suggestivo quanto più ambiguamente soggettivo, più intimo, più personale.

Giorgio Seveso


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